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La chiave inglese, la sigaretta francese e la moto italiana

Qualche giorno fa, scrivendo in un gruppo, mi è stato ricordato un vecchio amico. “Ti ricordi il primo dell’anno in cima al Muraglione con Stensy…”.

Stensy, Stefano Bianchi, meccanico Ducati di Incisa Valdarno, figlio d’arte, il padre aveva aperto l’officina poi portata avanti da lui.

Se mai ho conosciuto una persona così caparbiamente appassionata, talmente tanto da arrivare all’autolesionismo era proprio Stefano.

Il Bianchi c’era per tutti, giorno e notte. Se avevi un problema, fosse domenica, ferragosto o Natale, lui apriva l’officina e ti sistemava la moto.

L’incedere dondolante, ereditato da un incidente in moto, la sigaretta quasi perennemente accesa, lo sguardo da orso triste che si animava spesso in fragorose risate.

La sua officina, come spesso succede, era punto di ritrovo di appassionati e sfaccendati, tra i quali mi annoveravo anch’io. Quando avevi un po’ di tempo sapevi che Stensy lo trovavi lì, e che anche lì avresti trovato qualcuno per fare quattro chiacchiere, mentre il Bianchi eseguiva un intervento a cuore aperto su una Ducati. Così, fatica su fatica, notte insonne dopo notte insonne, sigaretta dopo sigaretta, anche il cuore di Stensy fu preso in mano da un chirurgo, sistemato e rimesso nel petto, così raccontava il suo intervento cardiologico lo Stensy. Una cicatrice come la zip di una felpa. Ma in quanto a farne lezione di vita non c’era stato verso, lo Stensy era sempre lo stesso: 15 ore di lavoro, qualche sigaretta in meno.

Voglio così ricordare questo vecchio amico. Ti regolava il gioco valvole desmo in un batter d’occhio. Chiave inglese, spessimetro e sigaretta in bocca. Capiva anche da un rumorino cosa cavolo avesse la tua moto, se una frizione stava incollando, se una carburazione era imperfetta. Un vero mago della meccanica, meno della propria vita.

Ma Stensy era così, e non potevi cambiarlo.

 

 

 

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